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Il pacco

Mentre viviamo il nostro quotidiano, siamo spesso aggrediti da “rogne” che ci vengono portate dalle persone attorno a noi.

Datori di lavoro, colleghi, amici, passanti, partner, familiari, sconosciuti…

Rogne, perché ci fanno stare male.

Sono affermazioni, critiche, offese, richieste, domande, proposte…

Questo non ti dona.

Non si fa così!

Ma che sei, incapace?

Mi fai questo, per favore?

Ma tu quanto guadagni?

Domani vieni a fare questa cosa?

Ci sono mille modi in cui una domanda, un’affermazione, un’offesa, una richiesta e anche una semplice proposta possono risultare come attacchi per noi, farci male, metterci in difficoltà, ferirci.

Spesso, quando accade, la situazione ci coglie impreparati, non eravamo pronti, e quindi frequentemente non sappiamo neanche cosa rispondere, incassiamo il colpo senza reagire, ammutoliamo o “balbettiamo” qualcosa di inefficace, a volte ci ritroviamo a dire dei “sì” che avrebbero dovuto essere dei “no”; 

oppure reagiamo male, diventiamo insofferenti o aggressivi rispondendo in un modo che alla fine porta più problemi che soluzioni.

Molto frequentemente poi, dopo che è successo, ci ripensiamo.

Ci stiamo male.

Magari ci lamentiamo con chi ha voglia di ascoltarci: 

«pensa che roba! Oggi il mio collega di lavoro viene e mi dice…»;

«sono fuori di me: il mio capo stamattina è entrato nella stanza e ha iniziato a….»; 

«ma lo sai mia madre che ha avuto il coraggio di dire?!»;

«io stavo al semaforo quando quel cretino abbassa il finestrino e mi dice…»

Rischiando così di risultare anche lamentosi e vittimistici alla persona che ci sta provando ad ascoltare.

In moltissimi casi ci ritroviamo a rimuginare per tantissimi minuti su cosa avremmo invece potuto dire o fare per rispondere “per le rime” a quella frase inopportuna o offensiva, oppure come avremmo dovuto e potuto rifiutare quella proposta o quella richiesta che non ci corrispondeva.

Quanto tempo, dei nostri stati d’animo, è occupato da “rogne” che gli altri vengono a scaricarci addosso?

Quante preoccupazioni, ansie, rabbie, frustrazioni, “ruminamenti interiori” ci provocano?

Certo, a volte le preoccupazioni in cui cadiamo sono davvero giustificate.

Magari il padrone di casa ci ha sfrattato, o il datore di lavoro ci ha licenziato.

Alcune volte ha senso preoccuparsi ed entrare in uno stato d’animo agitato in seguito ad una “rogna” che qualcuno ci ha portato…

Poi magari ci sarebbero modi migliori di gestire quella rogna.

Sia modi pratici che modi emotivi.

Modi che magari sarebbe utile imparare.

Però, anche se stiamo reagendo male, si tratta comunque di una rogna vera e grossa, che non ci lascia scelta. Quindi forse dovremmo “volerci bene” e non biasimarci se stiamo riuscendo a fare solo ciò che stiamo riuscendo a fare.

Perché appunto si tratta di fare il possibile, di fronte a ciò che non si può evitare.

Ma siamo sicuri?

Siamo sicuri che non si può evitare?

C’è un tipo di consapevolezza che possiamo facilmente acquisire che in un attimo potrebbe migliorarci di molto la vita:

moltissimo tempo del nostro quotidiano è occupato dal sentirci in difficoltà per le innumerevoli “rogne” che ci scarica addosso chi ci vive intorno…. E se fosse possibile dimezzare, se non addirittura portare ad un quarto, a un decimo, queste rogne?

Un modo c’è.

Aiuterebbe molto usare questa lente concettuale per provare a riesaminare ogni “rogna” che ci arriva addosso:

si tratta di una “rogna schiaffo”, oppure di una “rogna pacco”?

Perché sono due tipi di rogna molto, molto diversi, strutturalmente diversi.

Solo che noi le confondiamo, gestendole come se fossero la stessa cosa, e questo ci rovina davvero la vita.

La differenza tra una “rogna schiaffo” e una “rogna pacco” è che nella rogna schiaffo noi dobbiamo fare un’azione efficace per EVITARE lo schiaffo, altrimenti ci colpirà.

Nella “rogna pacco” invece, noi non ce ne accorgiamo ma il nostro sistema deve fare un’azione per PRENDERE il pacco, altrimenti il “pacco” rimarrebbe nelle mani di chi l’ha portato.

Facciamoci caso: moltissime volte alcune rogne noi “allunghiamo le mani per prendercele”, perché in realtà non erano “schiaffi da evitare.” Ma, per accorgercene, dobbiamo guardare le rogne che ci arrivano con molta attenzione.

Il problema è che ci sono potenti spinte inconsce che moltissime volte ci fanno prendere il pacco senza neanche farci rendere conto che siamo noi che abbiamo “offerto le mani” e ci siamo fatti carico di quella rogna, anche se sarebbe bastato “tenere le mani in tasca” per evitarcela.

Le spinte inconsce sono potenti, sì, ma nell’esatto istante in cui diventiamo consapevoli della differenza tra “rogne schiaffo” e “rogne pacco” il nostro potere di scelta aumenta a dismisura.

Perché davvero, nel qui ed ora degli accadimenti, noi non siamo abituati a fare questa distinzione e quindi diventiamo semplicemente OSTAGGI DI UN AUTOMATISMO.

Un automatismo può essere molto potente, ma riesce ad agire solo quando siamo “distratti”.

Se siamo vigili e consapevoli è possibile fermare un automatismo.

Alcune “rogne” non potremo evitarcele, perché sono fondate su qualche problema serio, o su qualche nostra concreta difficoltà a “tenercene alla larga”.

Però scopriremo che molte sono solo fondate su un automatismo e che, per uscire dall’automatismo, sarà sufficiente non distrarsi e, quando arriva la rogna, chiedersi: 

ma è una “rogna schiaffo”, o una “rogna pacco”?

Cioè: «non è che sto allungando le mani io, per prendermela?»

Iniziamo con l’esempio più semplice: quando la “rogna” consiste solo di parole: critiche, frecciate, frasi disattente, osservazioni insensibili, disapprovazioni, giudizi, offese.

Qualcuno ci dice delle parole offensive e noi ci stiamo male, ci arrabbiamo, spendiamo il nostro tempo in progettazioni di vendette, immaginando come rispondere al terribile attacco subito, o addirittura fantasticando di chiudere definitivamente quel rapporto.

Ma un’offesa è una “rogna schiaffo” o è una “rogna pacco”?

Se A dice stronzo a B, chi è lo stronzo?

Se B non si sente stronzo, esiste un qualche modo in cui quell’affermazione possa offenderlo?

Che male può fare a B una parola detta da una persona in stato alterato, oppure in errore, oppure ferita da cose sue, oppure motivata da pura cattiveria? 

Non importa tantissimo la ragione di quell’offesa, importa che non si tratta di uno schiaffo.

Se fosse uno schiaffo, allora sì che B dovrebbe spostarsi, altrimenti si farebbe male. 

Ma è solo una parola.

Una parola che è di A, non di B.

Le parole che pronuncia A parlano di A, non di B.

Parlano di come A vede il mondo, le cose, se stesso e anche B.

Se B non “tira fuori le mani dalle tasche” e non la prende, credendole e dandole peso e valore,  quella parola è di A e rappresenta A e basta.

Noi non ce ne rendiamo conto ma quando ci sentiamo colpiti da qualcosa di offensivo è perché siamo noi ad impugnare quelle parole e colpirci da soli con esse. 

Le parole dell’altro, senza la nostra complicità, non potrebbero mai avere l’effetto di un colpo.

Non sono uno schiaffo!

E, riflettiamoci, anche per gli eventuali spettatori la cosa è così: 

se A dice “stronzo” a B, gli spettatori guarderanno B per capire se lui “prenderà o no” quell’offesa. 

Perché se B rimarrà del tutto “disattivato” da quella parola, allora anche loro non la prenderanno in considerazione.

Se B “non tirerà fuori le mani dalle tasche”, se non gli darà alcuna importanza, il pubblico ruoterà immediatamente la testa di nuovo verso A e si chiederà: perché A offende B senza ragione?

Un’offesa, una critica, una frecciata sono solo parole.  

Le parole sono significati.

Se io e te non concordiamo sul significato che vuoi comunicare, in che modo il tuo significato può ferire me, se io non glielo permetto?

Questo non vuol dire che io devo lasciarmi offendere.

Il punto è che se “non prendo il pacco” la mia attenzione andrà nel posto giusto.

Perché se “prendo il pacco”, cioè la tua offesa, ti risponderò in merito al contenuto del pacco (magari dicendoti che è un contenuto sbagliato, ed iniziando una contesa su chi abbia ragione), oppure ti “rilancerò in faccia il pacco”: «no, lo stronzo sei tu».

Se invece non “prendo il pacco” non sarò ostaggio di ciò che c’è dentro, e nella libertà potrò chiedermi: come mai questa persona mi porta proprio questo pacco?

A questo punto il miracolo è avvenuto.

Improvvisamente quello che a me poteva sembrare una “rogna schiaffo” si rivela essere una “rogna pacco”, un pacco che, se non accetto e prendo, rimane qualcosa di tuo.

«Accidenti, non è uno schiaffo, ma un pacco, e mi sta parlando di lui, non di me!»

A quel punto può nascere un dialogo molto proficuo per entrambi…

Pensate che differenza:

Sei uno stronzo!!!

Io non sono uno stronzo!!! lo stronzo sarai tu!!!

(reazione aggressiva)

Oppure:

Sei uno stronzo!!!

Perché mi dici così… non vedi che mi fai male? 

(detto o soltanto pensato: reazione remissiva).

Oppure non prendo il pacco:

Sei uno stronzo!

Ah… ok… Ho capito che pensi che sono uno stronzo. Mi dispiace che lo pensi. Ti va di dirmi perché mi vedi come uno stronzo?

Non siamo abituati a rispondere così, ma funziona.

Alle volte non c’è ragione di iniziare un dialogo… alle volte basta un silenzio sereno.

Davvero in quasi tutte le occasioni di conflitto tra due persone basterebbe che uno dei due “tenesse le mani in tasca”, cioè non reagisse alle “rogne pacco” che vengono offerte, e tutto si spegnerebbe da solo.

I modi per rispondere ad un’offesa sono tantissimi, dall’ironia, alla gentilezza, all’andarsene, all’ammissione della verità della propria limitatezza umana: “si, lo so, mi dispiace… faccio quello che posso, ma spesso effettivamente mi comporto da stronzo senza rendermene conto”.

Tutti i modi possono andare bene se “non ho preso il pacco”.

Se sono disattivato.

Improvvisamente si ribalta la situazione e sei tu che devi trovare un modo di “acchiapparmi”, di coinvolgermi, di provocarmi.

Improvvisamente sei tu che annaspi perché “il tuo pacco ti è rimasto in mano”, e tu stavi “cercando di appiopparmi un pacco” perché eri tu, in realtà, che avevi bisogno di me.

Infatti sei tu che sei venuto a “bussare alla mia porta” con la tua rogna.

Se io non “prendo la tua offesa” diventa evidente che eri tu che avevi bisogno che io “mi sentissi offeso” e non sai più come riuscirci!

Anche quando si tratta di una critica, di una frecciata, di un rimprovero, di un giudizio, di una osservazione insensibile, di un consiglio inopportuno… in tutti questi casi è chi parla che ha un bisogno che necessita di noi come “spalla”. Il più delle volte sente il bisogno di convincere se stesso di qualcosa, ma per crederci gli serve che noi “abbocchiamo”, che anche noi partecipiamo e diamo valore a ciò che sta dicendo.

Ha bisogno di qualcosa e prova, maldestramente, a venirsela a prendere da noi.

L’azione “pacco” mascherata da “azione schiaffo” è il modo che usano le persone che “ci provano”.

Questo diventa più chiaro se, invece di parlare di offese, parliamo di richieste o proposte, cioè non solo di parole ma di situazioni fattuali e concrete.

«Scusa… gentilmente potresti farmi questo favore?»

Chiedendomi poi qualcosa di inopportuno o pesante. 

Quella persona ha bisogno di qualcosa da me, e se viene da me con un fare “assertivo” molto deciso, è possibile che io mi comporti come se mi stesse dando un ordine e io fossi in un qualche obbligo di eseguirlo.

Chiedermelo con gentilezza può far parte della trappola.

Ma la trappola non funziona se io mi ricordo di chiedermi: ma è una “rogna schiaffo”, o è una “rogna pacco”?

Può essere sorprendente farlo in modo sistematico… ci stupiremo nell’accorgerci di quante volte le persone intorno a noi “ci provano”.

Cioè di quante innumerevoli volte il loro atteggiamento ha fatto da “trigger” (grilletto, innesco comportamentale) di un nostro automatismo facendoci dire: si, certo.

Mille volte gli altri vengono da noi con un “pacco rogna” e, solo perché loro arrivano e tendono le mani verso di noi porgendocelo, ecco che noi, come attivati da un microchip nel cervello in qualche film di fantascienza, allunghiamo le mani e lo prendiamo come automi, senza chiederci per un attimo se è proprio necessario farcene carico.

Anche le persone che “ci provano” sono vittime di automatismi.

E infatti alla fine questa loro abitudine distrugge anche i loro rapporti, non portando loro nessun vantaggio a lungo termine.

In realtà noi stessi, in alcuni casi, siamo quelli che “ci provano”.

Sono solo “strategie comportamentali inconsce” che ognuno di noi ha acquisito involontariamente durante il proprio cammino di vita.

Sarebbe utile imparare a capire quando “ci proviamo”, perché in quel momento anche se acquisiamo qualcosa che ci fa comodo,  poi però la pagheremo cara per la rabbia che si accumulerà nell’altra persona.

Inoltre sarebbe utile per noi capire “quando ci caschiamo” e imparare a non “farci più fregare” prendendo “pacchi” che non era obbligatorio prendere.

Alle volte il superiore di lavoro arriverà con qualcosa che dobbiamo accettare per forza, cioè arriverà con una “rogna schiaffo” e lì faremo quello che potremo per gestire la situazione.

In generale esistono situazioni nella vita in cui dobbiamo piegarci a qualcuno o qualcosa che ha più potere di noi.

Ma non sempre è vero che è in campo tutto quel potere reale.

A volte il superiore arriverà con una “rogna pacco” e se noi semplicemente non la prenderemo, non gli sarà per niente facile ottenere quella cosa, perché da qualche parte di lui sa benissimo che non gli spetta.

«Scusa… che puoi andare alla macchinetta per prendermi un caffè?»

«Un caffè?» 

«Sì… un caffè…»

«Sì… un attimo… finisco qui…» 

«Grazie!»

Poi il caffè non arriva.

Il capo torna… 

«Ma poi quel caffè?»

«Ah sì…. ecco… scusi… appena riesco vado…»

Il caffè non arriva.

«Insomma alla fine il caffè me lo devo andare a prendere da solo?!»

«Sì… ha ragione, mi scusi tanto, è che sto completando alcune pratiche urgenti e mi è passato di mente…»

Questo è uno degli esempi più difficili, perché la paura di una “vendetta” da parte della persona che ha un potere su di noi è molto forte.

Eppure, tentando, potremo renderci conto che la rivalsa che ci aspettiamo poi non sempre arriva, ma anzi, potrebbe succedere che la stima che quella persona ha di noi, salga.

In questi casi è importantissimo essere “disattivati” ed usare la strategia della “saponetta bagnata”. Cioè evito qualsiasi cosa che possa provocare lo scontro e far sentire all’altro sentimenti ostili verso di lui. Può funzionare tutto: bugie, fare il “finto tonto”, dire la verità: «veramente, se fosse possibile, preferirei non interrompere il lavoro che sto facendo».

Fare la saponetta bagnata significa che “scivolo da tutte le parti” in modo non violento.

La controparte non deve trovare il modo né di farmi “togliere le mani dalle tasche” per afferrare il suo pacco, né di suscitare una mia attivazione, un mio disapprovare il suo tentativo di “mollarmi il pacco”. Che io non esprima ostilità e biasimo è fondamentale.

A molti può sembrare impossibile agire così ma, se fatto bene, funziona.

Perché se “non prendo il pacco” ti metto in una posizione scomoda: ti costringo ad “uscire allo scoperto”.

E tu “ci stavi provando” proprio perché non ti andava di “uscire allo scoperto” trasformando in un ordine vero e proprio quello che un ordine non poteva essere, ma solo la richiesta di un favore. 

Le persone che “ci provano” cercano di far sembrare come un favore assunto liberamente da noi, ciò che invece favore non era, ma loro pretesa.

Ma il loro “gioco” si rompe se noi non giochiamo alle loro regole.

Qui è importante capire che quasi sempre ci viene da fare la cosa peggiore di tutte: 

prendiamo il pacco, dimostrando ostilità.

L’ostilità di solito la mostriamo in modo non verbale, così che noi vediamo poco che siamo ostili, e l’altro tantissimo.

La cosa giusta da fare invece è opposta: 

non prenderci la rogna, senza provare sentimenti ostili.

Ai fini relazionali la seconda strategia, alla lunga, è del tutto vincente e “raddrizza” la persona che chiede cose sbagliate.

Noi temiamo che l’altro “ce la faccia pagare”, ma il nostro atteggiamento accogliente e amorevole, e il nostro fermo non dargli ciò che ci chiede, gradualmente lo porterà a capire che chi stava sbagliando era lui.

La prima strategia è invece devastante: perché alla fine nell’altra persona inizierà a pesare più l’ostilità che gli dimostriamo, che i vantaggi concreti che sta ottenendo. 

Noi non ci accorgiamo di fare una cosa del tutto insensata: 

come un uomo primitivo, facciamo sacrifici agli dei per ingraziarci la loro benevolenza, perché abbiamo una terribile paura del loro potere e della loro insoddisfazione.

Ma se gli dei esistessero davvero come reagirebbero a vederci portare con il viso ostile i doni per loro, sbattendoli sull’altare, e bestemmiando interiormente?

È del tutto senza senso!

Se gli sto donando qualcosa che non gli spetta, e che mi costa molto, è per guadagnare benevolenza.

Se il dono lo faccio in modo ostile avrò sprecato risorse e fatica, perché loro leggeranno soprattutto l’ostilità e non avranno motivo di essere gentili con chi dimostra di odiarli.

Certe volte potrebbe darsi che noi decidiamo comunque di prenderci la rogna anche quando si tratta di una “rogna pacco”. 

Perché a volte ci mancherà il coraggio e l’energia per lasciare il pacco in mano all’altro.

Ma se abbiamo imparato a farlo consapevolmente, allora vuol dire che almeno lo faremo con modi gentili che non faranno sprecare la nostra fatica, e soprattutto sapremo che lo stiamo facendo per NOSTRE RAGIONI.

Nostra paura, nostro bisogno, nostro interesse.

E allora potremmo farci pace.

Potremmo dirci: qui non me la sento di rischiare, per cui mi “prendo questo pacco” ma poi ci faccio pace, perché non è vero che non avevo scelta, non è vero che sono una vittima inerme.

La scelta l’avevo e l’ho fatta: ho preso un pacco che potevo lasciare.

Potevo rischiarmela, potevo lottare per i miei diritti, potevo semplicemente stare in silenzio e rendergli molto più difficile e faticoso l’affibbiarmi quel pacco.

Non me la sono sentita.

In questa situazione va bene così perché la posta in gioco era alta e perché non me la sentivo di oppormi.

Ma se diventiamo consapevoli di questa differenza saranno numerosissime le “rogne” che impareremo a lasciare in mano a chi ci sta intorno.

Numerosissime.

Perché davvero la maggior parte ce le accolliamo solo per colpa di automatismi e perché “abbocchiamo” al “provarci dell’altro”. 

Sono veramente poche le “rogne pacco” il cui non accollarcele ci metterebbe in un pericolo reale.

Veramente poche.

Se impariamo ad essere consapevoli quando si tratta di “allungare le mani” per prendere il pacco, succederà una cosa sorprendente: 

diminuiranno le volte che ci offendiamo, che ci “rimaniamo male”, che ci sentiamo umiliati;

diminuiranno di tanto le cose che ci accolliamo che invece potevamo evitarci;

diminuirà il nostro rimuginare doloroso.

Diminuirà il rimuginare perché anche le volte in cui il “pacco indesiderato ce lo siamo preso”, saremo consapevoli che in fondo quella volta era meglio così, sapremo che magari non avevamo le forze quel giorno per fare la cosa giusta, ma che la prossima volta potremo comunque dire di no.

Imparare a distinguere le “rogne schiaffo” dalle “rogne pacco” ed imparare sempre di più a trovare modi gentili e amorevoli di dire no a pacchi che non ci servono, che non vogliamo, che ci farebbero male se li afferrassimo, è un allenamento fondamentale.

Una pratica dell’anima che basterebbe, da sola, a cambiarci la vita.

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Grazie per chi ha letto fin qua, se mi lasciate un “letto tutto” mi fate felice.

Grazie quando dialogate con me nei commenti.

Vi chiedo di non copiare e incollare, cortesemente.

Grazie quando vi fa piacere condividere.

Bruno

Photo by RoseBox رز باکس on Unsplash

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