Vorrei provare a dire qualcosa sul Patriarcato.
È capitato infatti varie volte che, durante i miei seminari di Relazione Amorevole, mi venisse chiesto da alcune donne in che modo io mi ponessi di fronte al problema del “Patriarcato”.
Dentro questa parola fondamentalmente loro appoggiavano il significato di: “Sistema di pensieri, convenzioni, pregiudizi, condizionamenti, abitudini, leggi, regole sociali e comportamenti che sostengono un’oppressione del maschile sul femminile”.
Per sintesi userò dunque la parola “Patriarcato” intendendola nel modo esplicitato sopra, consapevole che in realtà può racchiudere anche altri significati di cui, in questa sede, non mi occuperò.
Tutto il mio pensiero si poggia su un approccio sistemico: Cioè sul cercare di capire quali siano le forze in campo che producono certi fenomeni, cercando poi di ragionare su come modificarli nei casi in cui emergano effetti spiacevoli o dolorosi.
All’interno della relazione sentimentale e affettiva, durante i dieci anni di ricerca a cui mi sono dedicato anima e cuore, ho identificato molte forze in campo che, purtroppo, favoriscono l’insorgere della sofferenza di relazione.
La mia attenzione si è focalizzata sulle forze interne a “l’essere umani”, e sulle forze derivanti da una serie di “Paradossi di Interazione”, scoprendo dinamiche a cui poi ho dato nomi quali “Incastro assertivo/remissivo”; “Dinamiche prossemiche”; “Collisione di bisogni avversativi”; “Catena dello spavento”; ecc.
Tutti concetti che osservavano i “processi della persona” e i “processi intersoggettivi”, senza soffermarsi su cause di tipo psicanalitico, sociologico, antropologico, culturale, educativo, ecc.
Per molte persone il mio approccio ha dunque dei “grandi assenti”. Ed in particolare molte donne mi chiedono: “che senso ha ragionare sul miglioramento delle relazioni tra maschile e femminile, se non consideri anche l’impatto che il patriarcato ha sulla relazione?”
Ecco: vorrei provare qui a dare una risposta a questa loro domanda. Lo farò snocciolando il problema in molte “sotto-domande”.
Perché, nel cercare di portare strumenti per migliorare le relazioni, parli solo di alcuni argomenti, e non di altri, quali i “traumi infantili”, le “influenze trans-generazionali”, “gli schemi sociali”, “i condizionamenti educativi”, ecc.?
Perché anche se ritengo che tutto ciò abbia molto senso, preferisco concentrarmi solo su alcuni temi che, a mio parere, permettono in modo più diretto di migliorare l’interazione.
Pensi che il patriarcato abbia influenza su ciò che accade dentro una relazione tra uomo e donna?
Sì.
In che modo?
Penso che dentro la parola “patriarcato” possiamo racchiudere tutta una serie di “abitudini interiorizzate di pensiero” che non aiutano la creazione di una relazione amorevole tra le parti.
Un semplice esempio di pensiero è: “è normale che sia la donna a sparecchiare”. Un pensiero così, contribuisce ad una relazione disfunzionale, a prescindere se questo pensiero sia dentro l’uomo, dentro la donna o in tutti e due.
Pensi dunque che sia utile ragionare in termini di “Patriarcato” per migliorare una relazione in difficoltà?
No, penso che sia controproducente.
Penso che sia importante parlare di “Patriarcato” per migliorare la società, e invece sia meglio parlare di “Violenza Interpersonale” per migliorare le singole relazioni.
Non capisco: dici che il patriarcato ha una influenza negativa dentro i rapporti, ma poi dici che, per migliorare un rapporto, non è utile ragionare in questi termini?
Sì, dico così perché si tratta di due livelli diversi. Bertrand Russell e Gregory Bateson parlerebbero di Differenza di Tipi Logici.
Provo a spiegarmi con una similitudine.
La cultura schiavista può essere la con-causa di “Jhon Smith” che frusta “Kunta Kinte”.
Ma non sarà l’appellarsi di Kunta Kinte allo schiavismo, a salvarlo dalle angherie di “Jhon”.
Il Patriarcato, come sistema di pensiero, può concorrere al far sì che un marito dica alla moglie: «fuori con le amiche, non ci vai, perché a me non sta bene!»
Ma ciò che può permettere alla donna di uscire lo stesso, senza conseguenze negative né personali, né relazionali, non si baserà sul pensiero: «qui c’è un uomo che, sostenuto dal Patriarcato, vuole fare il padrone».
Aiuterà molto di più dire: “scusami amore, mi dispiace che per te sia un problema, ma per me è troppo importante, e dunque vado lo stesso, spero che tu possa imparare a comprendermi e ad accogliere questa cosa senza sentirla come un pericolo per te».
E lei dovrebbe pronunciare queste parole tenendo dentro di sé il pensiero: «e purtroppo se non lo capisci sarò costretta a lasciarti».
Il patriarcato purtropppo può agire in due direzioni negative: la prima è che fa pensare a lui di avere una qualche legittimità a proibire alla moglie di uscire, il secondo è che potrebbe limitare la donna ad essere consapevole della sua legittima libertà.
Insomma il patriarcato può essere con-causa di un problema e con-causa di una mancata soluzione.
Ma spesso causa e soluzione sono su due livelli differenti.
Sicuramente sarebbe buono debellare le cause che producono un fenomeno.
Ma una cosa è lavorare sulle cause, affinché il fenomeno non si ripresenti e altra cosa è contrastare il fenomeno nella sua manifestazione qui ed ora.
Due livelli diversi.
Il “patriarcato” (causa) produce “violenza interpersonale” (effetto).
Allora contrasterò la causa, il patriarcato, in un modo, e la “violenza interpersonale”, l’effetto, in un altro.
Con la prima lotta cercherò di diminuire la ripetizione del fenomeno agendo sulle cause, con la seconda lotta cercherò di salvarmi dagli effetti.
La mia convinzione è che purtroppo quando vado a mischiare le due cose, peggioro il problema. Cioè quando vado ad usare il concetto di “patriarcato” per contrastare la “violenza interpersonale” divento più impotente, anzichè più efficace.
Ma questo non vuol dire che il “patriarcato” non vada combattuto.
Da questo punto di vista io sono in pieno accordo con le donne che sentono il bisogno di combatterlo.
Va combattuto però nel livello in cui può essere cancellato.
Il patriarcato, come sistema di pensiero, va aggredito e debellato a livello, appunto, di sistema di pensiero. Quindi deve essere una battaglia di tipo culturale, antropologico, politico e sociale. Su questo io sono completamente accanto alle donne: combattiamo gli stereotipi di genere, i pregiudizi e i privilegi patriarcali.
E mi sembra sensato e importantissimo che le donne chiamino a raccolta, in questa battaglia, anche tutti gli uomini pronti a mettere in discussione, fuori e dentro di loro, questi pregiudizi.
Ma è un pregiudizio, che si sta combattendo.
E il pregiudizio è uno schema educativo, culturale o sociale.
E va combattuto dunque nell’educazione, nella cultura e nella società.
Se quella moglie, per riuscire ad uscire, rispondesse: «io vado lo stesso, perché tu sei un maschio oppressore!» ecco che si sentirà rispondere: «no, tu invece rimani a casa, perché se vai, sei una femmina put**na».
Non importa chi dei due abbia ragione, perché non c’è dentro quella stanza un giudice che risolva la disputa: «ha ragione lei, dunque tu ora falla uscire e poi aspettala col sorriso quando torna!».
All’interno della relazione singola e concreta insomma conta molto di più la distinzione tra ciò che è “salvifico” e ciò che invece è “distruttivo” piuttosto che tra “idealmente giusto” e “idealmente sbagliato”.
E tutto ciò che è “conflitto-genico” aumenta la distruttività del sistema.
Insomma dire a “Jhon” «sei uno sporco schiavista», non diminuirà la forza delle frustate.
Per “convertire” Jhon bisognerà creare un graduale cambio di paradigma nella società in cui vive, tanto che alla fine “essere schiavisti” sarà una posizione enormemente scomoda da sostenere. Ma sono due livelli, anche temporali, ben diversi, quelli di Kunta Kinte che magari evade, per evitare le frustate, e quelle della “conversione di “Jhon Smith”.
Ed ora c’è il punto importante: cosa ha permesso la fine dello schiavismo?
I neri che “prendevano coscienza”?
No.
I “neri che prendevano coscienza” hanno innescato un cambiamento. Sono stati fondamentali.
Fondamentali per PROMUOVERE il cambiamento.
Ciò che ha REALIZZATO il cambiamento, mettendo fine allo schiavismo, sono stati “I BIANCHI che prendevano coscienza”.
Sempre più bianchi che finivano per isolare e far sentire in minoranza e “retrogradi” gli altri bianchi favorevoli allo schiavismo.
Insomma c’è stato un contagio positivo tra i neri che prendevano coscienza, altri neri che prendevano coscienza, e i bianchi che prendevano coscienza.
Ed è più facile far prendere coscienza ad un bianco se gli si dice: «sia tra i bianchi che tra i neri esiste uno “schiavismo interiorizzato”, e anche tu inconsapevolmente potresti esserne in qualche misura portatore, ti prego, aiutami a modificarlo»; piuttosto che dicendogli: «Basta, dovete farla finita voi bianchi col vostro razzismo! Basta di “scaricare il barile”, di fregarvene, di far finta che non c’entrate niente. Perché anche se tu non frusti il tuo maggiordomo di colore, sei complice di chi invece lo fa!»
Ma quindi tu ammetti che il patriarcato va combattuto?
Sì. Assolutamente. Ma il Patriarcato è un sistema di pensiero e va combattuto nel mondo dei pensieri (cultura, comunicazione, mass media, arte, iniziative sociali, educazione, linguaggio, ecc.) e non nel mondo della relazione interpersonale.
Ma allora perché non ti schieri anche tu esplicitamente in appoggio alle lotte attualmente in campo contro il patriarcato?
Perché dal mio punto di vista c’è un errore di “tipi logici”, di “livelli” e questo peggiora tutto, invece di migliorarlo.
Non aiuta dire: tu sei razzista, smetti!
Ma aiuta dire: in tutti noi ci sono semi di razzismo, aiutiamoci a toglierli.
E purtroppo parole come Patriarcato e Femminicidio, dal mio punto di vista, non aiutano a “convertire un maggior numero di bianchi alla causa dei neri”.
Cioè non sono parole che aiutano a far “prendere coscienza” ai maschi dei sotterranei semi di “opressione del femminile” che purtroppo hanno radici profonde in tutti noi.
Non aiutano a convertire più uomini, alla giusta causa delle donne.
Non aiutano neanche a convertire altre donne, alla causa delle donne. Perché alcune donne sarebbero ben felici di partecipare ad un processo di evoluzione, ma si sentono in difficoltà, a mio parere giustamente, quando invece sembra trattarsi di una “chiamate alle armi”.
Molte donne, giustamente, con gli uomini ci vogliono fare l’amore, non la guerra.
Anzi, troppa guerra normalmente già fanno, e vorrebbero cessasse.
Ma perché Femminicidio e Patriarcato ti sembrano parole che non aiutano?
Perché, usando sempre la metafora dello schiavismo, è come se nel tentativo di far prendere coscienza ai bianchi che lo schiavismo fosse sbagliato io avessi chiamato lo schiavismo “Bianchi-arcato”.
Patriarcato: pater – archeo, comando del padre.
Bianchi + Archeo: comando dei bianchi sui neri.
Se parlo di schiavismo, parlo di un fenomeno, un qualcosa che la persona X può appoggiare o rifiutare.
Se parlo di “Bianchi-arcato” metto dentro una categoria più specifica (archeo: che comanda) chi appartiene ad una categoria più ampia (i bianchi).
Ma ci saranno bianchi che si sentiranno aggrediti dall’essere messi in quella categoria.
In fondo usare la parola “patriarcato” e “femminicidio”, equivale ad andare da ogni singolo uomo dicendogli: «fai parte di un gruppo di stronzi!».
Perché significa dirgli: tu “in quanto uomo” fai parte di un gruppo di oppressori del femminile, e di assassini delle donne.
Ora a me non importa valutare se questa cosa possa essere più o meno corretta semanticamente. Per vari versi lo è, ma non è questo il punto.
Mi interessa dire che non funziona relazionalmente.
Non funziona nè nel Macro, né tantomeno nel Micro.
Nel Macro non funziona perché bisognerebbe aggredire i “preconcetti dentro le persone”, e non “le persone che hanno preconcetti”.
Nel Micro delle singole interazioni relazionali, perché questo approccio aumenta lo scontro, invece di far emergere strategie salvifiche.
E allora cosa per te invece funzionerebbe?
Per me funzionerebbe ragionare nei termini di “Discriminazione di Genere”, quando si vuole cambiare la società, chiamando quindi a raccolta a questa causa sia uomini che donne.
Il termine “Patriarcato” (come nemico da combattere) può continuare ad avere senso in contesti quali sociologia, economia, politica e antropologia. Ma non quando una donna si sta confrontando con un uomo. Perché in quel contesto aumenta solo il conflitto e la sordità reciproca. E non aiuta neanche quando speriamo che un uomo porti avanti una sua propria “presa di coscienza” maggiore.
Aiutano concetti che parlano di fenomeni e non di gruppi di appartenenza. Concetti come: “Discriminazione di Genere”.
Perché poi esistono Discriminazioni di Genere in entrambi i sensi. E queste discriminazioni non fanno bene a nessuna delle due parti. Nel mondo del lavoro il genere femminile viene spesso discriminato. Nel mondo delle dispute genitoriali viene spesso discriminato il genere maschile.
Non sto dicendo questo per dire che entrambi i generi sono discriminati nella stessa misura, ma per dire che dobbiamo allearci contro le discriminazioni, in qualsiasi direzione vadano.
Sto parlando dunque di come favorire un’alleanza tra parti, che invece rischiano di contrapporsi sempre di più.
Bateson parlerebbe di “come provare a ridurre una Schismogenesi” già in atto.
Il nemico è il fenomeno da debellare (la violenza relazionale e la discriminazione di genere) e tutti gli individui, di qualsiasi gruppo di appartenenza, vengono chiamati a creare un’alleanza contro quel fenomeno.
Se il problema viene descritto come “i maschi che uccidono” e “i maschi che opprimono” sarà molto più difficile avere un impatto positivo sugli uomini.
Quindi in conclusione tu non sottovaluti il “problema del patriarcato” o del “femminicidio”?
No. Al contrario. Io penso che il problema del patriarcato e del femminicidio siano problemi molto gravi ed urgenti, e vadano affrontati con tutte le risorse che possiamo mettere in campo.
Ma penso che queste due parole, e molti altri atteggiamenti e sentimenti conflitto-genici, rischiando di amplificare lo “scontro tra parti”, non siano funzionali a ridurre il fenomeno ma, anzi, possano aumentarlo.
Quei concetti possono essere utili solo quando sono temi di studio e di ricerca per comprenderli come fenomeni e trovare soluzioni, ma non quando si sta in relazione.
Quindi, in conclusione, che proponi?
1) Di unirci tutti, uomini e donne, nel contrasto alle Discriminazioni di Genere che abbiamo ereditato dal mondo che ci ha preceduto, riconoscendo che ne siamo tutti sia portatori che vittime;
2) Evitare approcci che aumentano la polarizzazione in schieramenti contrapposti, ma cercare modi che favoriscano l’alleanza verso obiettivi comuni;
3) Di cercare, all’interno dei nostri rapporti, forme di interazione tese al rispetto, alla cura e all’alleanza, contrastando così l’emersione di Violenza Interpersonale.
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Non so se sono riuscito ad essere chiaro. Nè so se qualcuno è arrivato a leggere fin qui, e infine so bene di portare una visione molto particolare che potrebbe legittimamente essere rifiutata da tanti.
Mi premeva solo rispondere, qui nella pagina, a tutte quelle donne che si sono chieste: perché non parli mai di oppressione del maschile sul femminile?
Mi auguro, almeno a loro, di essere riuscito a spiegare che non è che non la rilevo, ma è che sto cercando a mio modo, nel mio piccolo campo di ricerca, ti trovare gli strumenti migliori perché non avvenga più.
Abbracci a tutti.
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Grazie a chi mi fa sapere di aver letto tutto.
Se avete domande, io vi risponderò volentieri.
Se la pensate diversamente, sarò felice di leggere ciò che, con gentilezza, mi vorrete dire.
Come sempre vi chiedo, gentilmente, di non copiare e incollare i testi.
Grazie a tutti.
Bruno

8 risposte su “La guerra dei sessi”
Grazie di cuore Bruno, questo è un articolo magistrale, che vorrei tutti potessero leggere. È esattamente in questa direzione che abbiamo bisogno di andare e non potevi spiegarlo meglio!
Grazie davvero Lucia…
Grazie, Bruno, per l’articolo e grazie a Lucia per averlo condiviso. La spiegazione è chiarissima e a mio avviso illuminante. Sono pienamente d’accordo!
Grazie davvero Lucia… Sia di aver apprezzato l’articolo, sia di aver commentato…
Finalmente leggo qualcosa di veramente sano a riguardo. Grazie Bruno.
Anche io credo che bisogna approcciarci in un modo diverso.
La violenza non ha genere. Gli schieramenti allontanano anziché risolvere.
Abbiamo bisogno di approcci amorevoli anche se apparentemente paradossali.
Anika cara… grazie davvero… Sì: secondo me sono proprio gli approcci paradossali le soluzioni, poiché nella relazione sono paradossali i problemi. La relazione è piena di dilemmi apparentemente insolubili, paradossali appunto, cioè fatti di contraddizioni che si paralizzano a vicenda. Solo una “creatività altrettanto paradossale” può salvarci… 🙂
Avrei voluto scriverlo io
Grazie Federica… ❤️