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La lacerazione e la cura


Se siamo vivi, verremo feriti.
Non sarà possibile evitarlo.
Riusciremo forse a scansare qualche colpo della realtà,
qualcun altro lo attutiremo,
altri ancora sapremo anticiparli con le nostre protezioni preventive.
Ma non sarà possibile evitarli tutti, perché siamo vivi.
E siamo sensibili, e siamo fragili, e siamo complessi.
E viviamo in un mondo molteplice che sì, ci lascia spazio per vivere, ma che non ha tempo, né modo, né ragione di dedicarsi interamente a noi.
Di proteggerci sempre e comunque.
Camminiamo su una terra attraversata da infinite traiettorie, tutte intente ai propri fini, tutte disegnate dalla propria storia:
sperare che esse non collidano mai con il nostro tragitto è pura illusione e pretesa.
Siamo vivi, e verremo feriti.
Ma non è questo il problema.
Perché innumerevoli volte sopravviveremo alle nostre ferite…
E solo una volta no.
E quella volta che non sopravviveremo, sarà la volta che tutto andrà al suo posto, tutto troverà pace.
No, il nostro problema di umani non riguarda quell’unica volta in cui non sopravviveremo, né riguarda le numerose ferite che dovremo sostenere lungo il percorso.
Il nostro problema riguarda quali saranno i sentimenti a cui daremo spazio, ogni volta che saremo feriti.
Il più delle volte, di fronte ad una ferita, per scappare dal dolore ci affideremo alla rabbia.
È potente la rabbia.
È anestetica, energizzante, accende tutte le nostre funzioni vitali, ci rende combattivi, allontana la paura, alimenta le nostre motivazioni, e spazza via tutte le inibizioni convincendoci che anche distruggere, per non morire, sia lecito e sensato.
È solo che la maggior parte delle volte non stavamo per morire…
E la maggior parte delle volte ciò che stiamo distruggendo per salvarci è proprio ciò che ci vive intorno. E proprio ciò che dovremmo preservare, per poter essere salvi.
Ma è potente la rabbia, e così iniziamo a credere che sia la soluzione alle nostre ferite.
E più saremo feriti, più cercheremo nella rabbia la soluzione.
Sempre più faremo affidamento a lei per gestire le ferite ed impedire colpi futuri.
Ma siamo ciechi.
Per impedire colpi futuri non funziona la rabbia.
Funzionano iniziativa, impegno, saggezza, responsabilità, lungimiranza, conoscenza, tecnica, sensibilità, creatività.
Se una tigre mi ha appena ferito, non ha molta efficacia bestemmiargli contro, per salvarmi dai suoi futuri attacchi;
né andare a colpirla a mia volta, zoppicante e accecato d’ira, sperando di ucciderla una volta per tutte.
Ha senso invece ritirarmi lontano da lei a leccarmi le ferite, e poi comprendere come non finire mai più tra i suoi artigli o come non essere più il bersaglio delle sue aggressioni.
Scoprire magari che, se non fosse stata affamata, o spaventata, o arrabbiata per qualche ferita ricevuta, non sarebbe mai venuta a dilaniarmi la carne.
Invece continuiamo ad alimentare questo assurdo cerchio della violenza, dove ognuno riceve ferite per rabbia e le restituisce con rabbia.
Come se per spegnere un fuoco, ci buttassi legna secca dentro.
Non è la rabbia la soluzione.
Non guarisce le ferite presenti e non ci protegge dalle future.
Per proteggerci dalle future ci vuole conoscenza ed arte, e per guarire le presenti non serve a nulla la rabbia, anzi… è un rimestare col coltello nella piaga, senza farla rimarginare mai.
Non vogliamo rassegnarci al fatto che le ferite fanno parte della vita, sono inevitabili.
E non ci accorgiamo che non sono poi così cattive con noi.
Perché le ferite ci rendono più forti, più saggi, più attenti, più gentili, ci fanno più umani.
Le ferite ci portano doni.
E le ferite, fin quando non ci uccidono, ci tengono vivi.
Ci rendono vivi.
Non sono le ferite il male del nostro vivere.
Il problema è che la ferita fa male e noi umani abbiamo una terribile paura del dolore.
E così usiamo la rabbia per tentare, invano, di far sparire il dolore.
Non per guarirlo, perché la rabbia non guarisce nulla, ma per nasconderlo ai nostri sensi.
Usiamo la rabbia per illuderci di poter scappare dal dolore, di poterlo cancellare delle nostre esistenze.
Ma stiamo facendo un fatale errore.
Perché, contrariamente a ciò che si pensa, il dolore è nostro amico, non un nostro nemico.
È il dolore che ci protegge.
Se non provassimo dolore saremmo nei guai.
E lo dimostra il fatto che chi ha quella rara malattia che rende insensibili al dolore, purtroppo rischia ad ogni passo di morire.
La vita ha creato il dolore per proteggerci.
E se il dolore del corpo ci insegna a fermarci e prenderci cura di noi, il dolore del cuore ha scopi ancora più grandi.
È il dolore che ci insegna, è il dolore che ci abbraccia, è il dolore che ci cambia, è il dolore che ci fa crescere, è il dolore che ci apre gli occhi, è il dolore che ci insegna ad amare.
È solo grazie al dolore che possiamo guarire il nostro cuore.
Quando c’è una ferita, c’è dolore.
Smettiamo di scappare da lui.
Fermiamoci.
Arrendiamoci.
Permettiamogli di fluire in noi, di fare ciò che deve fare, di andare a scorrere, come sangue che porta ossigeno e nutrimento, in ogni angolo della nostra anima.
Doniamoci a lui, e lui diventerà per noi il dono più grande.
Perché a volte, seppur vivi, finiamo per essere morti dentro.
Seppur vivi abbiamo l’anima ammalata.
E non sono le ferite, il cancro che ci uccide l’anima.
È la rabbia la malattia.
Il dolore è la cura.
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Ogni volta che commentate mi fate un dono.
Vi chiedo di non copiare e incollare, cortesemente.
Se avete domande sarò felice di rispondervi.
Grazie quando avete voglia di condividere il post.
Bruno


Photo by Jr Korpa on Unsplash

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