
È il risentimento il più grande nemico delle relazioni d’amore.
Perché il risentimento, nella relazione affettiva, è terribilmente contagioso.
Non è facile rendersene conto perché, proprio come un virus, tutto inizia da qualcosa di minimo, totalmente invisibile, che all’inizio non riesce ad essere rilevato in alcun modo.
Una delle due persone entra in sofferenza per alcune cose che non vanno. Sono cose pratiche. Sono cose verso le quali sarebbe importante trovare soluzioni.
Ma per varie ragioni queste soluzioni non si trovano e il disagio si accumula.
Ad un certo punto in uno dei due nasce una briciola di risentimento, minima, impercettibile, quasi vicino allo zero.
Però quella briciola di risentimento è terribile perché ha una doppia valenza che non si vede:
in chi sta vivendo quel risentimento la percezione è di essere vittima dell’incuria dell’altro;
in chi si trova di fronte invece, quel risentimento viene vissuto come rifiuto, come segno di “non sei degno del mio amore”.
È difficilissimo cogliere davvero questo passaggio:
uno dei due pensa: «forse non mi ami davvero», e l’altro riceve «credevo che mi piacessi, ma non è vero: ora penso che non sei degno del mio amore».
Il paradosso del risentimento è che chi lo prova si sente vittima e chi lo riceve si sente vittima.
Nessuno dei due si percepisce carnefice.
Chi prova risentimento si sente vittima dei comportamenti dell’altro che sembrano mossi da poco amore.
Chi riceve risentimento, non riuscendo a cogliere il collegamento che il risentimento ha col dolore, e non riuscendo a vedere in che modo stia creando dolore all’altro, vive la sensazione di ricevere una terribile accusa ingiusta, un’accusa che sembra essere una condanna per direttissima, senza processo e senza avvocati della difesa: «non mi piaci più, non sei degno del mio amore».
Chi prova il risentimento non pensa questo.
Chi prova il risentimento non pensa “non mi piaci più”.
Al contrario.
Chi prova risentimento vorrebbe essere amato dalla persona che ha davanti.
Chi prova risentimento si sente poco amato dalla persona da cui vorrebbe sentirsi molto più amato, dunque non c’è alcuna traccia di rifiuto ma, al contrario, c’è desiderio di amore.
Ma c’è una cosa di cui non ci si accorge.
Il sentimento si trasforma in comunicazione.
Ma ciò che il sentimento prova è differente da ciò che il sentimento comunica.
Perché il sentimento nasce e si manifesta all’interno di un mondo solo.
La comunicazione è qualcosa che avviene nel confronto tra due mondi: quello dell’emittente e quello del ricevente.
Se A sente: «tu mi stai facendo male».
B non riceve: «sto facendo male ad A».
B riceve: «A pensa che io gli faccio male».
È molto diverso.
Cioè se A sente: io sono vittima di alcune cose che mi fai.
B non pensa: «accidenti! Sto facendo male alla persona che amo!»
No… In moltissime occasioni pensa invece:
«A ritiene che io sia il suo carnefice.»
Ma questo pensiero ha una ricaduta terribile su B, quanto una tremenda coltellata nel cuore: se A è arrivato a pensare che io sia il suo carnefice allora A pensa male di me, allora A mi disprezza.
Questo è ciò che proviamo quando ci troviamo di fronte al risentimento e all’amarezza che l’altro prova per noi.
Questo è ciò che facciamo provare all’altro quando siamo noi dentro il risentimento.
Ciò che ciascuno sente, attraverso il non verbale, si trasforma immediatamente in comunicazione, ma il messaggio, nel passaggio tra i due, si distorce.
Si distorce perché ognuno legge in ciò che c’è, ciò che fa male a se stesso, rileva solo l’aspetto, tra i tanti, che gli fa più paura.
A: mi sento poco curato (quindi forse B non mi ama più);
B: mi vede come il suo carnefice (quindi A non mi ama più).
E questo succede perché dentro la comunicazione tra le due persone emerge un “segno bifronte”… Un segno che sul lato di A ha un valore, ma che sul lato di B assume un altro valore…
Proprio come succede quando un oggetto che ha un lato concavo da una parte, ricade come convesso dall’altra.
A > B
Ciò che è concavo per A, è però convesso per B.
Allo stesso modo si crea questo effetto “bifronte”:
- sentimento di A: tu mi fai male;
- segno bifronte: (A) sono la tua vittima/ sei la mia vittima (B);
- sentimento di B: tu mi vedi come il tuo carnefice.
A quel punto il messaggio non verbale dell’uno inizia a rimbalzare dall’uno all’altro crescendo ad ogni passaggio, proprio come un virus.
Ed accade così che il dolore di uno si trasforma in risentimento, che si trasforma in una coltellata all’altro, che si trasforma in dolore, che si trasforma in risentimento, che si trasforma in coltellata al primo … E così via.
Come uscire da questa terribile trappola?
Imparando a conoscersi, osservando se stessi, i propri pensieri, i propri sentimenti, le proprie comunicazioni sia verbali che non verbali.
E grazie a questa osservazione diventare consapevoli di una piccola sfumatura che fa una differenza enorme:
la differenza che c’è tra pensare: «sto provando dolore per ciò che sta succedendo tra noi»;
rispetto al pensare: «sto provando dolore per ciò che tu mi stai ingiustamente facendo».
Il primo è dolore, il secondo è vittimismo.
La prima frase rileva la presenza della ferita e della necessità di cambiare, di uscire dal problema, ma non sta cadendo in letture semplicistiche.
La seconda frase nasconde già in se l’enorme semplificazione del vittimismo e di una visione troppo parziale, soggettiva e affrettata.
Quel “tu mi stai ingiustamente facendo” si poggia su tre premesse totalmente erronee.
1) Taglia arbitrariamente la sequenza circolare di causa ed effetto nel punto che fa comodo a noi. A ben vedere ogni azione è la conseguenza e la risposta a qualche accadimento precedente. X fa qualcosa ad A che ha conseguenze su B, che ha conseguenze su A, che ha conseguenze su B, ecc. Quando noi diciamo: “ciò che tu mi stai ingiustamente facendo” stiamo fermando la nostra ricerca di buone ragioni che hanno causato l’azione dell’altro. Visto che non vediamo immediatamente una buona ragione per cui l’altro abbia fatto ciò che ha fatto, ci fa comodo pensare che non ci sia. Invece c’è. C’è sempre. Ma noi preferiamo non andare a vederla perché giustificherebbe l’azione dell’altro e, visto che l’azione dell’altro ci provoca dolore, non abbiamo nessuna voglia di scoprire che è mossa da ragioni, se non davvero buone, comunque sensate.
2) Percepire ingiusta l’azione dell’altro presuppone l’essere convinti che l’altro è consapevole del dolore che sta provocando. Dentro di me è come se pensassi: «visto che ti accorgi benissimo di quanto male mi fai, perché non smetti?» Ebbene no, spesso l’altro non sta accorgendosi di quanto male sta facendo, non se ne accorge proprio, così come noi ci accorgiamo pochissimo di quanto male stiamo facendo a lui.
3) Il senso di ingiustizia deriva infine da un altro presupposto sbagliato: l’dea semplicistica che le cose potrebbero andare diversamente. Dentro di me è come se pensassi: «sarebbe possibile per te smettere di fare ciò che mi sta facendo così male, quindi se non smetti è perché non vuoi, perché ti fa più comodo farmi male che smettere.» Ancora una volta questa premessa è del tutto erronea: quasi sempre per l’altro non è per nulla semplice cambiare ciò che sta facendo e che è il risultato di essere incastrato in un terrificante intrico di spinte molteplici. Sempre non è facile, ed a volte è addirittura del tutto impossibile. Come lo è spesso per noi quando ci viene richiesto dall’altro di cambiare. Ma mentre dal nostro punto soggettivo di sguardo siamo capaci di riconoscere a noi stessi una difficoltà a cambiare, spesso all’altro non gliela riconosciamo e pensiamo semplicemente: «potresti cambiare, togliendomi dal dolore; se non lo fai è perché non mi ami abbastanza.»
Quando io permetto a questi tre “bug di sistema” di intrufolarsi dentro la lettura del mio dolore, ecco che la mia ferita prende la forma di vittimismo e nasce in me il risentimento.
Posso riconoscere il realizzarsi di questo passaggio interiore dalla “vibrazione” dei sentimenti che provo: ci si sente amareggiati, offesi, indignati, feriti ingiustamente.
Si trasforma il proprio dolore in letture schematiche, unidirezionali, prive di sfumature e di complessità.
L’altra persona viene vista come avida, narcisista, egoista, disonesta, traditrice, senza coerenza, senza capacità affettiva.
Ci si sofferma su tutto ciò che l’altro avrebbe dovuto fare, oppure non avrebbe dovuto.
Invece di guardare tutto con uno sguardo ampio che comprenda la complessità dell’animo umano e le difficoltà di vita che si devono affrontare; invece di provare un po’ di compassione per il nostro rispettivo essere umani, finiamo per scagliarci con giudizio, disapprovazione e rabbia sugli altri e su noi stessi.
L’unico modo per costruire una relazione felice è quello di uscire dal semplicistico cadere nel risentimento, quando le cose non vanno o ci fanno male.
Il risentimento ci contagia e ci inchioda in un circolo vizioso di violenza reciproca.
Quando sentiamo dolore per qualcosa, cerchiamo semplicemente di usare l’intelligenza e la creatività per allontanarci da quel dolore, per “inventarci qualcosa” per uscirne.
Pensare “io sto male perché tu…” è una semplificazione ridicola che ci imprigiona al peggiore degli inferni.
Per uscire dal dolore non c’è bisogno di trovare un carnefice.
Se ci sono delle spine che ci feriscono, non serve a nulla prendersela con i rovi.
Non serve a nulla sentirsi vittime, non serve a nulla accusare i colpevoli.
Serve trovare il modo che non ci lacerino più.
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Bruno
photo by Colton Jones su Unsplash
