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Legittima umanità

Se qualcosa è disfunzionale, sarebbe buon proposito cercare di modificarlo.
Se qualcosa in noi, nelle nostre convinzioni, nelle nostre cognizioni, nei nostri comportamenti, nelle nostre abitudini è disfunzionale, trasformarlo migliorerebbe la nostra vita.
Sì: non ha senso pensare di “tenere tutto com’è”.
Alcune cose sono migliori, altre peggiori. Alcune aiutano la nostra vita, alcune la complicano.
Ciò che peggiora la nostra vita, ciò che è disfunzionale, quando possibile, andrebbe cambiato, con modi gentili e col tempo che serve.
Ma spesso entriamo in un sottile fraintendimento, in una confusione.
E per colpa di questo fraintendimento spesso portiamo sofferenza, lì dove non ci sarebbe stata senza il nostro intervento.
Perchè dovremmo approfondire meglio il nostro percepito di “disfunzionale”.
Ciò che ci sembra disfunzionale, ci sembra tale rispetto ad un contesto, o rispetto a un modello?
È un’enorme differenza.
È la differenza tra “ricevere una botta in testa” e il convincersi che “riceveranno botte in testa coloro che faranno la cosa X”.
Ricevere una botta in testa è decisamente più reale che “forse riceverla”.
Che differenza c’è tra “disfunzionale rispetto a un contesto” e “disfunzionale rispetto a un modello”?
Qualcosa è disfunzionale rispetto a un contesto, quando il contesto determina delle “collisioni” vere e concrete, su quel qualcosa.
Qualcosa è disfunzionale rispetto ad un “modello” quando c’è una discrepanza tra “quella cosa come è” e “quella cosa come dovrebbe essere” secondo un qualche sistema astratto di riferimento.
Quando qualcosa è disfunzionale rispetto ad un contesto viene prodotto DOLORE.
Quando qualcosa è disfunzionale rispetto ad un modello si produce SOFFERENZA.
Di solito anche su questo concetto usiamo i termini senza fare distinzioni. Ma sarebbe utile iniziare a farle. Scegliere di usare questi due termini non come fossero sinonimi, ma come “testimoni” di due differenti situazioni.
Io personalmente preferisco differenziarli così:
Il Dolore è quando il Reale, l’Oggettivo, collide con il Soggettivo, producendo ferite.
La Sofferenza è quando l’Immaginato, il Soggettivo (nostro o degli altri), collide col Soggettivo (nostro o degli altri).
Ferite causate dal Reale, ferite causate dall’Immaginato.
Reale ed Immaginato non sono la stessa cosa.
L’immaginato è una rappresentazione del reale.
Potrà essere più o meno fedele, avvicinarsi di più o di meno al reale, ma rimane comunque una rappresentazione.
Una rappresentazione realizzata dal mondo Soggettivo.
Potrebbe essere una rappresentazione condivisa dall’unanimità di un gruppo di “soggetti”, addirittura certe volte da tutta l’umanità, ma rimane comunque una rappresentazione del mondo oggettivo, realizzata dal mondo soggettivo.
Un’immaginato.
Un’idea.
Giusta? Sbagliata? Chi lo sa, ma un’idea.
Un coltello ficcato nel fianco produce dolore, ferita e sangue.
Il PENSIERO di un coltello ficcato nel fianco, produce il PENSIERO di dolore, ferita e sangue.
L’immaginazione ci aiuta a prevedere.
A volte fa previsioni giuste.
Ma è bene comunque riconoscere che, finché non è arrivato il reale a confermare quell’Immaginazione, ciò che stavamo immaginando, reale ancora non era.
Inoltre l’immaginazione ci aiuta a creare cose che ora non sono ma che, grazie proprio alla nostra capacità di immaginare, magari un giorno saranno.
Molto utile anche questo, ma sempre dobbiamo riconoscere che tra una nostra “immaginazione progettuale” e la concretizzazione di una qualsiasi opera, c’è il reale di mezzo, che va percorso in tutti i suoi concreti e ineludibili passi.
Per cui anche una “immaginazione progettuale” non fa parte del reale, ma dell’immaginato.
Non fa parte ancora del mondo Oggettivo, ma del mondo del pensiero umano, del mondo del Soggettivo.
Cioè di ciò che uno o più Soggetti, possono creare nella loro mente.
Il ponte che può trasformare L’Immaginazione Progettuale in Oggetto Reale, è il lavoro umano. “L’umano fare”, che prende la materia e, aggregando e disgregando, ne cambia forma.
Purtroppo però c’è un “ponte” tra Immaginato e Reale, anche per il dolore.
Un ponte che può trasformare il “Dolore che è solo Immaginato” (quello che non c’è ancora, quello che viene prefigurato dentro al mondo Soggettivo, ma non è ancora oggettivo), in “Dolore Vissuto”.
Si tratta del “ponte emotivo”, quando si estrinseca nelle forme della Paura e, ancor peggio, del Terrore.
Il “Dolore che non c’è ancora” (quello immaginato), si trasforma in “Dolore che già c’è” (sofferenza reale), attraverso il Terrore.
Attraverso il Terrore un Dolore che, oggettivamente, ancora non c’è, si trasforma in una Sofferenza che Soggettivamente c’è proprio ora.
L’idea, oggi, che domani i miei figli non avranno da mangiare, si trasforma, ora, in una “spina” nella mia anima.
Una sofferenza vera, che mi morde, adesso, le viscere.
Ma una sofferenza che appartiene al mondo Soggettivo, e che non ha riscontro nel mondo Oggettivo (magari domani qualcuno dà da mangiare ai miei figli, e così la mia spina di oggi si rivelerà completamente autoinflitta e insensata).
È importante comprendere che una sofferenza soggettiva, che non ha un riscontro oggettivo, non per questo è meno vera o fa meno male.
Tutt’altro.
A volte fa anche più male.
Perché gli umani hanno un’anima sensibile.
Cioè il nostro mondo soggettivo, benche distinto dal mondo oggettivo, prova comunque veri e reali sensazioni e sentimenti.
Sensazioni e sentimenti soggettivi, ma veri.
Chi è stato nella situazione di aver perso una persona cara sa benissimo di cosa parlo.
Aver perso qualcuno non ha la valenza di dolore oggettivo simile ad avere un coltello infilato nel fianco. Non c’è alcun coltello. Il nostro sistema biologico, oggettivo, non sta venendo aggredito da nessuna lacerazione. Eppure la nostra anima si sente “strappata” da una lacerazione incontenibile.
Il mondo oggettivo può essere sensibile, e può provare dolore.
Il mondo soggettivo è sensibile, e può provare sofferenza.
Solo che il Dolore è prodotto dal mondo Oggettivo, il Reale.
E la Sofferenza è prodotta dal mondo Soggettivo, l’Immaginato.
Questo cambia molto.
Non rende le cose più facili, ma le rende più possibili.
Perché può aiutarci a diventare più efficaci nel nostro tentativo di diminuire i nostri momenti di dolore e di sofferenza.
Possiamo diventare più bravi in questo se impariamo a distinguere quando siamo nel Dolore, e quando invece nella Sofferenza, e quando comprendiamo finalmente che il Dolore va affrontato in un modo, e la Sofferenza in un altro.
Il Dolore va affrontato andando a cercare di cambiare qualcosa nel mondo Oggettivo.
La Sofferenza va affrontata cercando di cambiare qualcosa nel mondo Soggettivo.
Non sarà facile. Non è che solo perché la cosa da cambiare è dentro la nostra mente e i nostri sentimenti, vuol dire che ci sia semplice trasformarla, come se avessimo la bacchetta magica.
Nessuna bacchetta magica. Ma rivolgere la nostra attenzione, cura ed energia nel posto giusto può, col tempo, sortire l’effetto sperato.
Tornando al tema della disfunzionalità vediamo come interagisce con i concetti di Dolore e mondo Oggettivo, e Sofferenza e mondo Soggettivo.
A volte siamo di fronte ad una Disfunzionalità rispetto ad un Contesto.
In quel caso è Dolore, riguarda il mondo Oggettivo, e la nostra salvezza starà nella capacità di cambiare qualcosa lì.
Per esempio mangiamo troppo e male.
E questo mette il nostro corpo nel dolore.
Non digeriamo, dormiamo male, abbiamo sbalzi di pressione che ci mettono in un malessere importante.
Qui c’è un contesto oggettivo che sta collidendo con una nostra disfunzionalità producendo attrito e disagio fisico.
Facciamo ora invece l’esempio di un adolescente che si percepisce “ciccione”.
Sta davvero avendo delle “disfunzionalità rispetto ad un contesto”?
Oppure sta avendo una “disfunzionalità rispetto ad un modello”?
Dipende dai casi, ovviamente, ma ora usiamo come esempio il caso in cui quell’adolescente non ha reali problemi fisici di sovrappeso, ma solo lo “stridere” di ciò che è, con ciò che pensa “dovrebbe essere”.
In questo caso c’è una “disfunzionalità rispetto ad un modello”, cioè solo una disfunzionalità percepita, una disfunzionalità immaginata, che sta però producendo una Sofferenza Soggettiva enormemente vera, che potrebbe anche portare, purtroppo, ad azioni poi oggettivamente disfunzionali dentro il reale.
A ben guardare a causare quella vera sofferenza non è “l’agire del reale”, non c’è una “ferita che c’è”, ma c’è paura e terrore.
Per esempio la paura del rifiuto e dell’isolamento sociale o di moltissime altre cose.
Cose che hanno il loro senso ma che, fin quando non accadono davvero, sono solo immaginate, sono solo parte del mondo soggettivo. E molto, molto spesso, sono solo fraintendimenti che non si realizzeranno mai.
Come diceva Seneca: «Le nostre paure sono molto più numerose dei pericoli concreti che corriamo. Soffriamo molto di più per la nostra immaginazione che per la realtà».
Tutti noi siamo continuamente preda di “disfunzionalità rispetto ad un modello”, vittime cioè di “disfunzionalità percepite”, ci massacriamo da soli per innumerevoli “come dovremmo essere e non siamo”.
I nostri modelli introiettati, i nostri sistemi di credenze, le nostre convinzioni chissà come e quando acquisite, le nostre “mitologie” che non ci accorgiamo essere tali, CI RUBANO ogni giorno LA LEGITTIMITÀ a ESSERE CIÒ CHE SIAMO, e ci fanno continuamente sprofondare nel TERRORE e nella sofferenza che produce.
Ci mettono continuamente in allarme, anche quando il dolore non c’è e, probabilmente, non ci sarà mai per quella cosa che stiamo erroneamente temendo!
«Ho trentacinque anni e non ho ancora trovato la mia strada;
Mio figlio quando lo tiene il padre si ingozza di schifezze;
Mia madre di ottant’anni non ha voglia di muoversi e sta sempre davanti alla televisione;
Ci sto bene con lui, ma un rapporto di coppia dovrebbe essere più emozionante;
L’orologio ticchetta e forse non farò in tempo a fare dei figli;
Siamo sposati, ci vogliamo bene, ma non facciamo l’amore;
Ho scelto il mio lavoro e ci sto bene, ma non sto facendo carriera;
Io non sono abbastanza questo, lei non ha abbastanza quest’altro, io dovrei fare di più questo, lui non sta facendo quest’altro, non avere questa cosa è un problema, avere questo limite è un guaio… »
Quanto di ciò che percepiamo disfunzionale in noi, nella nostra vita, nella vita delle persone che amiamo è davvero una disfunzionalità rispetto al contesto, che produce un “dolore qui ed ora” e ci indica chiaramente che qualcosa va cambiato con urgenza?
E facciamoci caso: Quando c’è un dolore vero, vivo, qui ed ora, il cambiamento necessario ad uscire dal dolore lo mettiamo subito in pratica.
Quanto invece ciò che percepiamo come disfunzionale è solo il Reale che collide con le nostre Paure?
Un “ciò che è” che collide contro le nostre mitologie, i nostri sistemi di riferimento, le nostre architetture di convinzioni.
Facciamoci pace: quando un “ciò che è” collide con un “ciò che dovrebbe essere”, ha sempre ragione il “ciò che è”.
E se fa male, ma male davvero, un male qui ed ora, un male prodotto dall’oggettivo e non dalle nostre immaginazioni soggettive, allora sì, cerchiamo di spostarci, cerchiamo di modificare il reale.
Ma nove volte su dieci non siamo nel dolore, ma nella sofferenza, e ciò che dobbiamo spostare è il nostro percepito soggettivo.
Non sarà facile, ma appena riusciremo la sofferenza sparirà come neve al sole.
Quante disfunzionalità percepite nel mondo sociale, culturale, educativo, medico, familiare, sono invece solo legittime diversità che non vengono lasciate in pace?
Non vengono lasciate in pace dalle paure.
Diversità soggettive, che di fatto non collidono oggettivamente col contesto, ma solo contro modelli, che vengono continuamente aggredite da altri soggetti, o da noi stessi in noi stessi, producendo una sofferenza che potrebbe non esserci.
Quante disabilità non lo sono affatto?
Quante nevrosi non lo sono affatto?
Quante psicopatologie non lo sono affatto?
Quante devianze non lo sono affatto.
Devianze… Che parola…
Quanti difetti, lacune, insuccessi, vizi, insufficienze, regressioni, sconfitte, fallimenti, incapacità, non lo sono affatto?
Quanto di tutto ciò, è solo l’Umano che si declina nella sua Legittima Insondabile Germinazione di Diversità?
Solo l’Umano
che si declina
nella sua Legittima, Sacra e Insondabile
Germinazione di Diversità.
Quante persecuzioni, mettiamo in atto ogni giorno, verso gli altri e verso noi stessi, solo per paura?
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Se siete arrivati fin qui, grazie se mi scrivete un “letto tutto”.
I vostri commenti sono un grande dono.
Grazie di non copiare e incollare.
Grazie quando vi va di condividere.
Se avete domande sarà felice di rispondervi.
Bruno

Photo by lil artsy via pexels

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